Disturbi alimentari tra i giovani, Lucattini: «È una priorità sanitaria non più rimandabile»

Pubblicità
``` Cartoleria, zaini e astucci su Quiscuola ```
Disturbi alimentari tra i giovani, Lucattini: «È una priorità sanitaria non più rimandabile»

I disturbi alimentari rappresentano una priorità sanitaria sempre più urgente e coinvolgono fasce d’età sempre più giovani. Secondo quanto riportato nel testo, circa un giovane su venti sperimenta un disturbo del comportamento alimentare e la maggioranza dei casi riguarda forme atipiche o non classiche.

Adelia Lucattini, psichiatra e psicoanalista, sottolinea che occorre superare gli stereotipi legati soltanto all’anoressia classica e alla magrezza estrema. Spiega infatti che la mappa clinica attuale è caratterizzata da un’ampia presenza di forme atipiche e da un esordio che si abbassa fino all’infanzia, dove il disagio può manifestarsi attraverso selettività alimentare, somatizzazioni e rigidità relazionali. In questo quadro, aggiunge, i social media amplificano insoddisfazioni e vuoti emotivi che possono trovare nel cibo o nel controllo del corpo un terreno di compensazione.

Nel corso dell’intervista, Lucattini richiama i dati della letteratura scientifica più recente. Cita uno studio apparso sull’European Child & Adolescent Psychiatry del 2026, secondo cui la prevalenza puntuale dei disturbi alimentari in bambini e giovani è del 5,23%, indicando nelle forme OSFED, cioè altri disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, la categoria più frequente. Secondo la specialista, questo significa che anche una sofferenza grave può esistere senza corrispondere allo stereotipo della magrezza estrema e che dal punto di vista clinico bisogna osservare il funzionamento psichico e il rapporto con cibo e corpo, non soltanto il peso.

Per quanto riguarda i bambini, Lucattini evidenzia che il disagio non si manifesta necessariamente attraverso il desiderio di dimagrire, ma può essere espressione di sofferenza emotiva, relazionale o di forme depressive, e talvolta di fobie transitorie. Tra le manifestazioni indicate ci sono selettività alimentare marcata, rifiuto di consistenze e sapori, scarso interesse per il cibo, paura di soffocare o vomitare, ansia intensa e rigidità psicofisica durante i pasti. Richiama inoltre il Journal of Eating Disorders del 2026, secondo cui in età evolutiva corpo e alimentazione possono diventare il luogo in cui l’angoscia viene rappresentata concretamente.

Sui segnali d’allarme, la psichiatra invita a prestare attenzione soprattutto ai cambiamenti importanti e duraturi nel tempo. Tra i comportamenti da osservare indica l’eliminazione improvvisa di alcuni cibi, rituali sempre più accentuati a tavola, il salto dei pasti, l’ansia crescente durante i momenti dedicati all’alimentazione, il controllo insistente del peso e l’ossessione per il corpo. A questi si aggiungono attività fisica compulsiva nel tentativo di dimagrire, ritiro sociale, isolamento, trascuratezza verso amici, scuola, interessi e familiari, oltre a frequenti disturbi somatici e gastrointestinali. Lucattini cita a questo proposito uno studio pubblicato sul Journal of Pediatric Gastroenterology and Nutrition del 2026, secondo cui questi segnali inizialmente sfumati possono precedere e predire comportamenti alimentari disfunzionali già nella fascia 13-15 anni, sia nei ragazzi sia nelle ragazze.

Sul fronte della prevenzione, Lucattini sostiene che l’educazione alimentare non possa limitarsi a calorie, nutrienti o distinzione tra cibi “giusti” e “sbagliati”. Secondo la specialista, deve includere educazione emotiva, alfabetizzazione ai social media, rispetto della diversità corporea e capacità critica verso gli ideali estetici. Bambini e adolescenti, aggiunge, devono poter riconoscere fame, sazietà, emozioni e pressioni esterne senza trasformare il cibo in un terreno di giudizio morale. In questa direzione si muoverebbero, secondo quanto riferito, le strategie preventive più recenti, orientate verso interventi multidimensionali anziché esclusivamente nutrizionali.

Dal punto di vista psicoanalitico, Lucattini precisa che non esiste una relazione lineare tra una specifica dinamica familiare e l’insorgenza di un disturbo alimentare. Parla invece di una circolarità nella quale vulnerabilità individuali e difficoltà relazionali possono incontrarsi, mentre il sintomo, una volta comparso, modifica l’equilibrio familiare. Il controllo del cibo può diventare, spiega, un modo per governare angosce legate a dipendenza, separazione e autonomia, oltre che per modulare distanza e dipendenza affettiva. Per questo la famiglia non va colpevolizzata, ma aiutata a riconoscere le dinamiche e a trasformare fragilità ed errori precedenti, spesso inconsapevoli, in una risorsa personale e terapeutica. Nel testo viene citato anche uno studio del 2026 sulle famiglie di adolescenti con disturbi restrittivi, che confermerebbe la complessità e la reciprocità di questi pattern relazionali.

Un altro aspetto centrale riguarda il ruolo dei social media. Lucattini osserva che il rischio è il passaggio da un corpo vissuto a un corpo continuamente osservato, confrontato, modificato e sottoposto all’approvazione altrui. In questo processo, l’Ideale dell’Io può essere progressivamente occupato da modelli esterni percepiti come perfetti e irraggiungibili. Negli adolescenti più vulnerabili, aggiunge, l’identità rischia di restringersi dall’essere all’apparire, misurando il valore personale attraverso l’immagine. Il testo richiama inoltre il Journal of Health Psychology del 2026, secondo cui l’uso eccessivo dei social, l’interiorizzazione della magrezza come ideale e il confronto costante con i modelli proposti risultano strettamente correlati al rischio di sintomatologia alimentare.

Nella parte finale dell’intervista, Lucattini rivolge alcuni consigli ai ragazzi. Invita a non fissarsi sul proprio corpo nei momenti di maggiore fragilità, a non usare il cibo per punirsi o controllarsi e a non sottovalutare segnali come il salto dei pasti, le abbuffate o l’eliminazione di intere categorie di alimenti. Suggerisce inoltre di parlare con un genitore, un insegnante, il medico o uno psicologo prima che il problema cresca, di non confrontarsi continuamente con immagini e corpi visti sui social, spesso selezionati o modificati, e di imparare ad ascoltare anche le proprie emozioni.

La specialista esorta infine a non isolarsi, mantenendo amicizie, interessi e relazioni, e ricorda che chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma una scelta per prendersi cura della propria sofferenza.

Hai aggiornamenti su questa notizia?

Invia foto, video, dettagli o segnalazioni a Telegolfo. Il tuo contributo può aiutarci a raccontare meglio ciò che accade sul territorio.

Cerca le notizie del tuo comune

Scegli una località e leggi gli ultimi aggiornamenti pubblicati da Telegolfo.

Avatar di Andrea Conte
Informazioni su Andrea Conte 8125 Articoli
Operatore dell’informazione. Attivista culturale impegnato a scoprire, analizzare, descrivere e diffondere avvenimenti di vita locale quotidiana