LA REGINA MARIA CRISTINA DI SAVOIA PROCLAMATA BEATA IL 25 GENNAIO 2014 NELLA BASILICA DI SANTA CHIARA IN NAPOLI

Ancora una volta la storia del nostro Golfo di Gaeta si fonde con quella dell’Italia e la devozione religiosa locale con quella della Chiesa universale.

Sabato 25 gennaio 2014 è stato un giorno lieto per la Chiesa Cattolica, per Napoli, per Cagliari, per la storia italiana, e anche per Gaeta, che l’avuta ospite sul suo suolo.

Alle ore 11.00, presso la Basilica di Santa Chiara, pantheon della famiglia dei Borbone di Napoli, dove riposa il corpo della Regina Maria Cristina di Savoia, la Reginella Santa, si è tenuto il solenne rito della sua beatificazione presieduto dall’Arcivescovo di Napoli il Cardinale Crescenzio Sepe, e concelebrato dai Cardinali Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le cause dei santi, e Renato Raffaele Martino, gran priore dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio.

Hanno concelebrato sei tra arcivescovi e vescovi, tra cui l’Arcivescovo di Gaeta Mons. Fabio Bernardo D’Onorio, componente della Congregazione per le cause dei santi.

Alla celebrazione erano presenti vari rappresentanti della nobiltà europea: per il Casato dei Borbone delle Due Sicilie i principi Carlo e Camilla, pretendenti al trono e il principe Pedro, Sofia e Anna delle Due Sicilie, residenti in Spagna e accreditati presso la corte di Madrid, oltre a numerosi cavalieri dell’Ordine costantiniano, provenienti anche dal territorio della nostra Arcidiocesi, e per il Casato dei Savoia il duca Amedeo di Savoia – Aosta, la principessa Maria Gabriella di Savoia e la principessa Clotilde di Savoia e il principe Sergio di Jugoslavia, entrambi questi ultimi in rappresentanza del principe Vittorio Emanuele di Savoia.

È stata quindi – dopo ben due secoli dalla nascita – proclamata Beata Maria Cristina, Carlotta Giuseppa Gaetana Efisia di Savoia, figlia di Re Vittorio Emanuele I e regina delle Due Sicilie per matrimonio; sua madre era Maria Teresa, nata arciduchessa d’Asburgo – Este.

Da duecento anni si parla di lei perché il suo ricordo è ancora molto vivo, testimonianza di un profondo legame che esiste fra lei e il popolo del Sud, che fece suo.

Meno di ventiquattro anni di vita e tre anni di regno sono stati sufficienti perché lasciasse un’impronta indelebile nella storia: settentrionale per carattere e abitudini, è tuttora venerata come santa nel Mezzogiorno d’Italia.
Maria Cristina era nata il 14 novembre 1812 in esilio a Cagliari dove la famiglia reale si era trasferita durante l’occupazione napoleonica del Piemonte e a soli ventitre anni si spegnerà a Napoli il 31 gennaio 1836, per setticemia post partum, che allora non perdonava.

I suoi nonni materni erano l’Arciduca Ferdinando d’Austria – Este e Maria Beatrice Ricciarda d’Este; Ferdinando era a sua volta figlio dell’Imperatore Francesco I di Lorena e della famosa Maria Teresa d’Austria. Maria Beatrice era invece la figlia primogenita di Ercole III d’Este, ultimo rappresentante dell’antica casata degli Este, e di Maria Teresa Cybo – Malaspina, duchessa di Massa e principessa di Carrara.

Il giorno stesso della nascita Maria Cristina fu condotta alla fonte battesimale e subito consacrata alla Madonna nel Santuario di Bonaria dalla regina sua madre, consacrazione che fu poi rinnovata dall’interessata stessa, appena fu in grado d’intendere e di volere.
Nel 1815 le quattro principesse Maria Beatrice, le gemelle Marianna e Maria Teresa e Maria Cristina, insieme alla madre raggiunsero Torino, dove il re un anno prima aveva fatto ritorno, essendo mutate le condizioni politiche; le principesse e soprattutto Maria Cristina, crescevano a corte come se fossero in un ambiente oratoriano, guidate dalla regina e dal padre confessore

l’olivetano Giovan Battista Terzi, conosciuto proprio a Mola di Gaeta, durante una lunga permanenza della famiglia reale nel Golfo di Gaeta prima della permanenza in Sardegna.

Fu dedicato in suo onore il Fort Marie-Christine, fortificazione militare presso la città di Aussois, parte del complesso dei Forti dell’Esseillon, al confine con la Francia, allora parte dei domini sabaudi d’oltralpe.

Crebbe nella sua fanciullezza formandosi a una cultura consona a una principessa e a una spiritualità profonda; quando lei aveva nove anni, il re Vittorio Emanuele I, a causa dei moti rivoluzionari del 1821, rinunziò al trono a favore del fratello Carlo Felice (1765 – 1831).

Dopo un periodo d’esilio a Nizza si stabilì a Moncalieri con tutta la famiglia e qui il re suo padre morì dopo tre anni nel 1824; la regina Maria Teresa d’Austria – Este, donna di forte animo, ma poco amata per l’alterigia e l’avversione alle libertà politiche; era aperta nemica del futuro sovrano Carlo Alberto, principe di Savoia – Carignano, da lei definito una testa brusà, e di Cesare Balbo cher definiva con l’epiteto d’coul strasson.

Maria Cristina, ormai undicenne, fu in grado di superare il senso di vuoto e di smarrimento causato dal dolore per la perdita del padre, destinando i suoi risparmi a numerose messe di suffragio per il genitore, da celebrarsi presso il Santuario della Consolata di Torino, e soccorrendo numerosi orfani e famiglie bisognose.

Questa generosa carità è documentata dai suoi quadernetti, tenuti nel suo tipico minuzioso ordine.

Dopo una breve sosta a Modena, si stabilì con la madre e la sorella Maria Anna (1803 – 1884), che diverrà Imperatrice d’Austria, a Palazzo Tursi nella città di Genova; nel 1825 tutte e tre decisero di recarsi a Roma per l’apertura dell’Anno Santo: la paterna benevolenza di Papa Leone XIII, la solennità delle sacre funzioni, la visita alle numerose chiese, ai tanti monasteri e alle catacombe fecero accrescere d’intensità la fede di Maria Cristina.
Al ritorno a Genova, ridusse le sue attività alla formazione e alla conduzione della casa, intanto a venti anni il 29 marzo 1832 le morì anche la madre per un cancro alla mammella e suo unico conforto rimase padre Terzi; ancora adolescente aveva iniziato a vagheggiare l’ideale della consacrazione religiosa, sebbene già molti principi agognassero di chiederla in sposa per il prestigio del censo e per la singolare grazia e modestia che la distinguevano.

Di fronte alle insistenti richieste dei pretendenti Maria Cristina si ritrovò priva del consiglio della madre e di quello delle sorelle maggiori, già andate spose; il trono di Sardegna nel frattempo, dopo il regno di Carlo Felice (1821 – 1831), era andato al di lui cugino, il principe Carlo Alberto del ramo cadetto dei Carignano.

Il matrimonio di Maria Cristina cominciò intanto a delinearsi sempre più come una questione di Stato, una possibilità per la Casa Savoia di stabilire una valida alleanza politica; il re Carlo Alberto lasciò intendere che mai avrebbe accettato un eventuale rifiuto di nozze da parte di Maria Cristina.

Per tal motivo il giorno successivo alla morte della madre, il 30 marzo 1832, Maria Cristina fu raggiunta dall’ordine perentorio di trasferirsi immediatamente a Torino, il sovrano temeva che ella, ritirandosi presso la corte di una delle sorelle maggiori, avesse potuto sottrarsi o procrastinare l’impegno delle nozze.

Pertanto le fu negato finanche di partecipare ai solenni funerali della madre, Maria Cristina mostrò in questa circostanza un’umiltà eroica, presentandosi pienamente sottomossa al re suo cugino, baciandogli la mano nel presentarsi a lui.

Però le incomprensioni a corte in cui venne a trovarsi la fecero molto soffrire, qui non si spense in lei il desiderio di diventare suora di clausura; ma il suo direttore spirituale e la regina Maria Teresa di Toscana (1801 – 1855) la dissuasero, essendo al corrente dei piani del re che l’aveva destinata come sposa al re di Napoli Ferdinando, al che lei accettò la richiesta di matrimonio come volontà di Dio, scrivendo nel suo diario: “Ancora non capisco come io abbia potuto finire, col mio carattere, per cambiare parere e dire di sì; la cosa non si spiega altrimenti che col riconoscervi proprio la volontà di Dio, a cui niente è impossibile”.

Nei primi giorni del mese di settembre 1832 presso la tenuta del Cataio, nel modenese, mentre era ospite della sorella Beatrice, Maria Cristina manifestò quindi a padre Terzi il suo consenso alle nozze con il sovrano di Napoli.
Ferdinando Carlo Maria di Borbone era nato a Palermo il 12 gennaio 1810, come la sua promessa sposa mentre i suoi genitori erano riparati nel possedimento insulare a causa dell’occupazione napoleonica del regno napoletano, sarà re del Regno delle Due Sicilie dall’8 novembre 1830 al 22 maggio 1859, succedendo al padre Francesco I a soli venti anni e fu autore di un radicale processo di risanamento delle finanze del Regno, morirà a soli 49 anni nella Reggia di Caserta il 22 maggio 1859 per un’infezione che lo dilaniò.

I promessi sposi non si erano mai conosciuti personalmente; il 1 novembre 1832 Ferdinando II indirizzava la sua prima lettera alla fidanzata e al termine di un brevissimo fidanzamento, durato meno di un mese, la condurrà all’altare

L’aristocrazia torinese organizzò per il loro fidanzamento una festa in loro onore e la Baronessa Olimpia Savio, che proprio in quella occasione faceva il suo debutto in società, nelle sue memorie scrive: “La principessa Maria Cristina non aveva allora venti anni: era bella, d’una bellezza seria e soave: alta di statura, bianca di carnagione, due grosse onde di ciocche brune inanellate ornavano poeticamente quel volto, pallido, illuminato da due grandi occhi espressivi. Vestiva un abito azzurro e bianco, colori del cielo a cui era destinata, e portava in fronte un gran diadema di brillanti. Non ballò, perché la rigida etichetta non lo permetteva. Attratta da quella simpatica, distinta e ad un tempo così modesta personalità, non ebbi occhi e simpatie che per lei, la sola attraente tra quelle teste coronate”.

Le nozze furono celebrate il 21 novembre 1832, Festa della Presentazione di Maria, a cui lei era devota, a Genova, presso Veltri, nel Santuario di Nostra Signora dell’Acquasanta; volle al suo matrimonio tra gli invitati la sua nutrice che l’aveva allattata a Cagliari e il suo fratellino “di latte”.

Il 26 novembre, gli sposi s’imbarcarono per Napoli, dove giunsero il giorno 30; sotto una pioggia torrenziale furono accolti da una folla festante e in preda a un entusiasmo che ha sempre contraddistinto l’espansività dei napoletani.

La Regina decise, in accordo con il Re, che una parte del denaro destinato ai festeggiamenti per le loro nozze fosse utilizzato ai bisognosi del regno, inaugurò il suo arrivo nella città partenopea con una munifica beneficenza, cioè riscattando al Sacro Monte di Pietà tutti i pegni del valore compreso nei sei ducati perché fossero restituiti ai legittimi proprietari e in occasione della sua prima visita al santo patrono, San Gennaro, ne arricchì il tesoro con un prezioso diadema ereditato dalla madre e ancora accordò la dote a duecentoquaranta spose povere della città.

Il suo credo cattolico non fu un sentimento, ma un fatto di vita: ogni giorno partecipava alla Santa Messa; non giunse mai al tramonto senza aver recitato il Rosario; suoi libri quotidiani furono la Bibbia e l’Imitazione di Cristo; partecipò intensamente agli esercizi spirituali; fermava la carrozza, ogni qual volta incontrava il Santo Viatico per via e si inginocchiava anche quando vi fosse fango in strada, in cappella teneva lungamente lo sguardo sul Tabernacolo per meglio concentrarsi su Colui ch’era padrone del suo cuore. La sua pietà eucaristica la spingeva a venerare pubblicamente il Santissimo Sacramento esposto solennemente nelle Chiese della capitale per le Quarantore.

Affidò la protezione della sua esistenza a Maria Santissima e donò il suo abito da sposa al Santuario di Santa Maria delle Grazie a Toledo, dove tuttora si conserva con venerazione.
Maria Cristina, cristiana fervente, di sentimenti religiosissimi ed estremamente devota, si trovò a vivere in una corte il cui stile di vita era molto lontano dalla sua sensibilità.

Con il marito, esuberante e profondamente napoletano nei modi, vi era qualche difficoltà di relazione, ma la donna riuscì a ingentilirne i costumi e la politica non proprio democratica.

Re Ferdinando II, avvezzo all’uso di espressioni talvolta indecenti, soleva dire “Cristina mi ha educato”, la scelse come sua preziosa consigliera, trasformandola nel suo “Angelo”, come egli stesso la chiamava; era stato un matrimonio di stato, oggi diremmo combinato, ma Maria Cristina amò sinceramente suo marito e lui ricambiò il suo affetto rendendosi conto che aveva a fianco una donna speciale e gradita agli occhi di Dio.

Donna di grande mitezza, si fece ben volere da tutti e seppe anche reagire con intelligenza agli scherzi del marito: un giorno, quando la regina stava sedendosi al pianoforte, Ferdinando le tirò indietro la seggiola ridendo, ma lei senza scomporsi replicò: “Credevo di aver sposato il re di Napoli, non un lazzarone”.

Si racconta che insieme i due giovani sovrani recitavano il rosario tutta la notte per prendere decisioni sullo stato il giorno dopo; docili alla grazia del sacramento, il re e la regina delle Due Sicilie seppero stabilire in definitiva una serena armonia coniugale, animati entrambi da reciproca tenerezza, integrando le rispettive doti umane e spirituali.

Pur non interessandosi direttamente di politica, la sovrana seppe guidare alcune scelte decisive del re, patrocinando presso il marito le cause dei poveri, le giuste esigenze dei militari e del personale di corte, intercedendo per la grazia a detenuti.

Prima di dar inizio al Consiglio di Stato, il sovrano spontaneamente si recava dalla sposa per ricevere da lei un segno di benedizione.

Nei pochi anni in cui Maria Cristina fu regina riuscì a impedire l’esecuzione di tutte le condanne capitali, e “finché ella visse tutti i condannati a morte furono aggraziati”; Benedetto Croce evidenzia che Maria Cristina ottenne la grazia, tra i vari condannati, anche di Cesare Rosaròll (1809 – 1849), che aveva cospirato per uccidere il sovrano.
La regina non ebbe comunque l’opportunità di avventurarsi in altre ingerenze politiche: si dedicò prevalentemente ad azioni di bontà verso i poveri e i malati.

All’interno della sua nuova famiglia, Maria Cristina, chiamato dal popolo napoletano la Reginella Santa, si legò moltissimo alla cognata Maria Antonietta, principessa di due anni minore di lei; le due, però, si dovettero separare quando la principessa partì per Firenze in vista del suo matrimonio, celebrato il 7 giugno 1833, con Leopoldo II, granduca di Toscana.

Maria Cristina in seguito scrisse: “Fu per me una grande afflizione il dovermi separare da mia cognata Antonietta che è tanto buona e colla quale aveva già legata un’intima amicizia.”

Le eccezionali esperienze mistiche e di estasi arricchirono il suo profondo cammino spirituale; inoltre la sua umiltà e la sua carità erano immense e conquistarono i napoletani: inviava denaro e biancheria, dava ricovero agli ammalati, un tetto ai diseredati, assegni di mantenimento a giovani in pericolo morale, sosteneva economicamente gli istituti religiosi e i laboratori professionali, togliendo dalla strada gli accattoni.

Fece in modo che a tutti a corte potessero partecipare alla Santa Messa nei giorni festivi.
La carità verso i bisognosi, l’occupò in pieno, si dice che il Terzi avesse presso di sé un baule pieno di ricevute di chi aveva avuto un beneficio.

Fu donna di intelligenza non comune, colta ed esperta in discipline come la fisica e la classificazione delle pietre preziose.

L’opera più grande legata al suo nome fu la “Colonia di San Leucio”, con una legislazione e uno statuto propri, dove le famiglie avevano casa, lavoro, una chiesa e una scuola obbligatoria.

L’attività produttiva era basata sulla lavorazione della seta che veniva esportata in tutta Europa; un esempio di lungimiranza sociale istituzionale unica in Italia; la regina per prima, tra le dame del regno, indossava poi i vestiti confezionati con quella seta pregiata, divenuta pane per i poveri.

Il popolo rilevò anche il suo forte senso del pudore, che si manifestava in ogni occasione, come quando obbligò le ballerine del Real Teatro San Carlo a vestire castigati mutandoni neri.

Il suo cruccio di regina fu che non riusciva a dare un erede al trono al suo sposo e al popolo napoletano; dopo tre anni di sposa lei, che pregava incessantemente per ciò, nel 1835 finalmente avvertì in sé il sorgere di una gravidanza; passò gli ultimi mesi nella reggia di Portici per stare più calma, ma già presagiva qualcosa, perché all’avvicinarsi del parto, scriveva alla sorella, duchessa di Lucca: “Questa vecchia va a Napoli per partorire e morire”; una fine che accolse con rassegnazione, nella gioia di dare al mondo una nuova creatura di Dio.

Purtroppo era tutto vero, infatti l’erede al trono nacque il 16 gennaio e già il 29 dello stesso mese Maria Cristina era morente per complicazioni sopravvenute.

Il 31 gennaio 1836 le campane suonarono il mezzogiorno, Maria Cristina, con in braccio il tanto atteso Francesco, giunto dopo tre anni di matrimonio, lo porse al sovrano, affermando: “Tu ne risponderai a Dio e al popolo…e quando sarà grande gli dirai che io muoio per lui”, quindi, in piena comunione con Dio, si addormentò per sempre fra la costernazione generale.

Rivestita del manto regale, adagiata nell’urna ricoperta di un cristallo, venne trasportata nella Sala d’Erede per l’esposizione al pubblico e per tre giorni il popolo sfilò in mesto pellegrinaggio per rivedere per l’ultima volta la “Reginella Santa”, come ormai tutti la chiamavano.

I solenni funerali furono celebrati l’8 febbraio e il giorno seguente il suo corpo fu tumulato nella Basilica di Santa Chiara, dove è tuttora.
Dopo la sua morte la fama di santità, che già godette in vita, si accrebbe e il popolo accorreva a pregare presso la tomba della Regina santa e fatti prodigiosi si avverarono subito per sua intercessione, il suo padre spirituale affermò che meritava di divenire santa a furor di popolo.

Il Re Ferdinando II avviò subito il processo di beatificazione della defunta regina consorte Maria Cristina e successivamente la pratica andò avanti nei vari stadi con le relative approvazioni canoniche, anche per l’interessamento del “figlio della santa” Re Francesco II.

Era stato educato nel culto di sua madre, chiamata la Regina Santa, e sarà l’ultimo re di una Napoli capitale, il suo augusto genitore meno di un anno dopo la scomparsa prematura della consorte si risposò con Maria Teresa d’Asburgo – Teschen, che crebbe il piccolo Francesco come un figlio, tra i suoi numerosi figli.

Unico figlio di Francesco II e della sua consorte Maria Sofia di Baviera, “l’Eroina di Gaeta” fu una bambina che nacque il 24 dicembre 1869 quando i genitori erano già in esilio e alla quale fu dato il nome della nonna, Maria Cristina Pia, ma visse però solo alcuni mesi, infatti si spense sempre a Roma il 28 marzo 1870.

In considerazione della crescente fama di santità e delle numerose grazie che il devoto popolo di Napoli attribuiva alla intercessione della “reginella santa”, nel 1852 il Venerabile Servo di Dio Sisto Riario Sforza, Cardinale Arcivescovo di Napoli, avviò il Processo sulla fama di santità, virtù e miracoli della regina Maria Cristina di Savoia.

Il 9 luglio 1859 il Beato Papa Pio IX introdusse ufficialmente la Causa autorizzando l’istruzione del Processo apostolico da quel momento veniva attribuito alla Serva di Dio il titolo di Venerabile.

Il Papa Pio XI il 6 maggio 1937 confermava l’eroicità delle virtù della Serva di Dio.

Il secondo conflitto mondiale e l’avvento della Repubblica in Italia nel 1946 determinarono un sosta nello studio della Causa, patrocinata dalla Casa di Savoia, era poi necessario individuare almeno due presunti casi miracolosi da sottoporre alla prudente valutazione della Chiesa per poter sperare di addivenire alla beatificazione.

Nel 1958 l’autorità ecclesiastica dispose una ricognizione del corpo della Venerabile e, nonostante i danni provocati dal tempo, dall’umidità e dall’incuria, esso risultò intatto.

A partire dal 1983 alcune circostanze hanno favorito la ripresa della Causa:

La promulgazione della Costituzione Apostolica Divinus Perfectionis Magister, del 25 gennaio 1983 che prevede lo studio di un solo miracolo e non più due per la beatificazione;

Il rinvenimento nell’Archivio della Postulazione generale dei Frati Minori della Copia Pubblica di un Processo Apostolico attestante l’esistenza di un presunto miracolo attribuito all’intercessione della Venerabile e risalente al 1866;

La costituzione dei “Convegni di Cultura Maria Cristina di Savoia” come parte Attrice della Causa e la nomina nell’anno 2004 del nuovo Postulatore nella persona del Rev.mo P. Luca De Rosa, ofm, Postulatore generale dell’Ordine dei Frati Minori.

Il nuovo Postulatore si attivò immediatamente affinché la documentazione rinvenuta nell’archivio della Postulazione generale potesse essere riconosciuta valida dalla Congregazione delle Cause dei Santi ai fini della beatificazione.

Si trattava della Copia Pubblica del Processo Apostolico super miro costruito presso la Curia ecclesiastica di Genova negli anni 1872 e il 1877; e del Processo Apostolico Addizionale super miro, costruito sempre presso la medesima curia di Genova negli anni 1886 – 1888.

Riguardava l’asserita guarigione miracolosa della signorina Maria Vallarino da scirro (cancro) alla mammella destra, guarigione avvenuta a Genova nel 1866.

Di entrambi i Processi la Congregazione delle Cause dei Santi riconobbe la validità giuridica, con Decreto del 30 novembre 2007.

Da quella data in poi si sono compiuti, con esito positivo, tutti gli adempimenti richiesti dalla normativa in vigore:

Elaborazione dei pareri medici ex officio, febbraio – settembre 2009

Seduta della Consulta medica, 29 ottobre 2009

Congresso dei Consultori Teologi, 26 maggio 2012

Nomina del Ponente per la Causa, 29 gennaio 2013

Ordinaria degli Em.mi Padri Cardinali ed Ecc.mi Vescovi della Congregazione delle Cause dei Santi, 9 aprile 2013

Autorizzazione del Santo Padre Francesco alla promulgazione del Decreto super miro, 2 maggio 2013

Pertanto dal 2007 (riconoscimento della validità giuridica dei Processi) al 2013 (Promulgazione del Decreto super miro) sono trascorsi appena sei anni, un tempo congruo per lo studio di un caso “storico”.

Maria Vallarino nacque a Varazze (Genova) verso la fine del 1829 o all’inizio del 1830.

Da dieci anni svolgeva attività di cameriera a Genova presso la marchesa Antonia Carrega, quando, nel giugno del 1866, all’età di 36/37 anni confidò alla nobildonna che da alcuni mesi aveva notato una tumefazione grossa come una noce nella mammella destra.

La marchesa indirizzò subito la sua domestica al medico Luigi Garibaldi.

Questi fece diagnosi clinica di tumore maligno scirroso e, considerando la gravità della sua malattia che però non rivelò alla Vallarino, prescrisse una terapia palliativa per tenere sotto osservazione il male; la paziente, dopo un paio di mesi, vedendo che la cura non dava alcun risultato positivo e non conoscendo la natura del suo male, ma sospettando che si trattasse di qualcosa di grave, tornò dal dott. Garibaldi, il quale le propose l’estirpazione, ma la Vallarino rifiutò e di sua iniziativa andò dal dott. Oldoino Marengo, medico chirurgo.

Questi precisò che si trattava di uno scirro al secondo periodo con resistenze tubercolose, ossia di un di un tumore scirroso altamente maligno inguaribile; le disse di continuare per altri venti giorni la cura prescritta dal Dott. Garibaldi.

Ma siccome non notava alcun beneficio e la tumefazione aumentava, Maria Vallarino passati quindici giorni tornò dal dott. Marengo; il chirurgo notò che il tumore si presentava duro, fisso ai piani sottostanti, indolente, in fase avanzata e che la paziente accusava una forte tensione locale. Inoltre, il Marengo, constatando che il tumore aveva raggiunto la dimensione di un uovo di gallina e che il diametro della tumefazione era di circa 7 cm., ne confermò l’inguaribilità.

Avendo poi riscontrato l’insorgere di un secondo piccolo tumore nella mammella sinistra, accennò all’intervento chirurgico per il mese di settembre, ma ritenendolo ormai pressoché inutile disse alla paziente che lui non l’avrebbe operata e perciò che consultasse altri medici.

La Vallarino ancora una volta escluse decisamente l’estirpazione chirurgica del tumore.

Fu allora che il dott. Garibaldi, vedendo la prostrazione della paziente che dal consulto con il dott. Marengo non aveva riportato alcuna speranza di guarigione, le consigliò di rivolgersi alla preghiera. Più specificamente le disse di rivolgersi alla signorina Virginia Lombardo di Rivarolo Ligure, un’inferma che diffondeva la devozione alla Venerabile Maria Cristina.

La Vallarino andò prontamente dalla Lombardo e da questa ottenne alcuni frammenti di reliquia ex indumentis di Maria Cristina, con la raccomandazione di rivolgersi a Lei con fiducia.

La preghiera che Maria Vallarino innalzò al Signore ripetutamente e con fede fu questa: “Gesù, o Buon Gesù, glorificate la vostra Serva Maria Cristina”.

Da quel momento iniziò a notare la rapida riduzione del volume della massa mammaria, che poi scomparve del tutto in pochissimi giorni; tornò quasi subito dal dott. Garibaldi e gli riferì che il tumore era pressoché scomparso.

Infatti, dice il dott. Garibaldi, “ritornata dopo cinque o sei giorni successivi, visitai la parte, né più rinvenni il tumore”.

Nel frattempo il dott. Oldoino Marengo aveva ripetutamente espresso il desiderio di conoscere gli sviluppi del caso Vallarino, per cui, alla distanza di alcuni mesi, sollecitata dalla Marchesa Carrega e per ordine del confessore, la sanata si presentò al detto chirurgo e gli riferì come era avvenuta la sua straordinaria guarigione; il Marengo rimase meravigliato e le confessò che si era accorto del tumore incipiente anche alla mammella sinistra, e che proprio per la gravità del suo caso le aveva dichiarato che lui non era disposto ad operarla; ma che ormai era completamente “guarita”.

Infatti per ben trentanove anni la Vallarino non ebbe alcuna recidiva, come hanno rilevato ben sei periti ab inspectione che esaminarono la sanata il 16 dicembre 1870, il 12 aprile del 1875 e il 5 aprile del 1887.

Gli stessi Periti, non avendo riscontrato alcuna massa nei due seni della sanata, e neanche nelle cavità ascellari, dichiararono la guarigione di Maria Vallarino perfetta e duratura. La sanata morì l’11 gennaio 1905, all’età di circa 75 anni.

Esaminati attentamente gli atti processuali i medici della Consulta della Congregazione delle Cause dei Santi hanno così definito il caso “Guarigione della Sig.na Maria Vallarino, molto rapida, completa, duratura ed inspiegabile il “quoad modum”, da tumefazione del seno uni o bilaterale, prognosi riservata quoad vitam e quoad valetudinem, terapia inadeguata e inefficace”.

L’iter della Causa di beatificazione della Venerabile Maria Cristina di Savoia si conclude felicemente nel corso del suo Bicentenario della nascita e nel corso dell’Anno della Fede.

Questo dato è estremamente significativo se consideriamo che le ultime parole della Venerabile sul letto di morte furono anche la sua più alta professione di fede “Credo, Domine! Credo, Domine!”.

Finalmente nel pomeriggio del 2 maggio 2013 Papa Francesco, ricevendo in udienza privata il Cardinale Sua Eminenza Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le cause dei santi, autorizzò la promulgazione del decreto riguardante il miracolo attribuito all’intercessione della regina Maria Cristina.

Il Cardinale Sua Eminenza Crescentio Sepe, Arcivescovo di Napoli, informato l’indomani 3 maggio 2013 dell’approvazione del Decreto super miro, il giorno successivo ne ha dato annuncio al clero e ai fedeli di Napoli riuniti nella Basilica di Santa Chiara, proprio nel luogo dove si custodisce il sepolcro della Venerabile; reso possibile per la felice coincidenza della data del Decreto, 2 maggio, con la festa della traslazione delle reliquie di San Gennaro che si celebra ogni anno nel sabato che precede la prima domenica di maggio, nel 2013 il 4 maggio, e che si solennizza con la tradizionale processione della reliquia del sangue e del busto di San Gennaro e dei Patroni principali della città, dal duomo alla basilica di Santa Chiara.

Con la beatificazione la Venerabile Maria Cristina, regina e sposa, è stata iscritta nel calendario dei santi e dei beati martiri, vescovi, sacerdoti, religiosi e laici, che nel corso dei secoli hanno arricchito della loro testimonianza di fede e di carità la nobile città di Napoli.

Anche se – è bene ribadirlo – anche la città di Cagliari reclama la devozione alla Beata ricordando la sua nascita in città, l’attaccamento sempre dimostrato dalla regina alla terra sarda e che il periodo di permanenza nell’isola è stato persino superiore a quello napoletano (ma allora era solo una bambina).