Il fenomeno della movida notturna viene spesso associato al divertimento e alla socializzazione giovanile, ma può trasformarsi in un contesto di vulnerabilità per la salute mentale e il benessere dei più giovani. Secondo quanto evidenziato nell’intervista ad Adelia Lucattini, psichiatra e psicoanalista, recenti studi scientifici mettono in luce una connessione tra relazioni interpersonali tossiche, abuso di sostanze stupefacenti e insorgenza di disturbi mentali anche gravi.
Lucattini, membro ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e Full Member dell’International Psychoanalytical Association, spiega che l’avvicinamento all’uso di droghe e alcol in età giovanile, soprattutto nei contesti della vita notturna, non nasce soltanto da un desiderio ricreativo o edonistico. Alla base possono esserci il bisogno di inclusione, il tentativo di superare l’isolamento e la fuga da contesti affettivi svalutanti o violenti.
Secondo la specialista, dinamiche di esclusione, sottomissione e violenza possono risultare particolarmente destabilizzanti durante l’adolescenza, una fase in cui il senso di identità e il valore personale passano anche attraverso il riconoscimento dei coetanei. In questo quadro, umiliazioni, rifiuti o pressioni ad adeguarsi al gruppo possono generare vergogna, solitudine, rabbia e impotenza.
In questi casi, alcol e droghe possono attenuare temporaneamente l’angoscia, disinibire e dare l’illusione di sentirsi più forti, più sicuri o parte del gruppo. Lucattini avverte però che si crea così un circolo vizioso pericoloso: le sostanze diventano uno strumento per anestetizzare emozioni intollerabili, senza affrontare il dolore che le ha generate. Richiama inoltre uno studio pubblicato su Child Health Nursing Research nel 2025, secondo cui alcuni ragazzi assumono sostanze non perché le desiderino davvero, ma per non essere esclusi.
Sul confine tra disagio relazionale e disturbo psichiatrico, Lucattini sottolinea che in adolescenza non è sempre netto. Crisi, conflitti, oscillazioni dell’umore e bisogno di appartenenza possono fare parte del normale processo di crescita, ma il disagio diventa più preoccupante quando persiste, si irrigidisce e invade più aree della vita, dalla famiglia alla scuola, dalle amicizie al sonno, fino alla capacità di progettare.
Nel disagio, osserva la psichiatra, il giovane conserva ancora una certa capacità di pensare il proprio dolore, chiedere aiuto e utilizzare le relazioni. Nel disturbo, invece, la sofferenza tende a cristallizzarsi e il sintomo prende il posto della possibilità di elaborare i conflitti interiori. Possono allora comparire ritiro marcato, perdita di interesse, ansia o depressione persistenti, condotte aggressive, abuso crescente di sostanze o comportamenti autolesivi. A supporto di questa lettura viene citato anche un contributo del Journal of Affective Disorders del 2026.
Un altro punto centrale dell’intervista riguarda la solitudine esistenziale e la mancanza di adulti autorevoli. Lucattini chiarisce che la solitudine non coincide necessariamente con l’essere fisicamente soli: si può essere circondati da persone e sentirsi comunque non visti e non compresi. In adolescenza, la presenza di adulti autorevoli, ma non autoritari, svolge una funzione psicologica fondamentale, offrendo contenimento, limiti e punti di riferimento.
Quando questa funzione è fragile o assente, alcuni ragazzi possono cercare nel gruppo dei coetanei un’appartenenza sostitutiva. Nei contesti della vita notturna, aggiunge, si può così creare un paradosso: si cerca il gruppo per non sentirsi soli, ma si finisce per condividere soprattutto eccitazione, alcol o sostanze, senza costruire relazioni autentiche. In questo senso, il problema non è la notte o il divertimento in sé, ma il fatto di andare verso gli altri per sfuggire a se stessi e alle proprie insicurezze. Su questo aspetto viene richiamato anche uno studio pubblicato su Drug and Alcohol Review nel 2025.
Per Lucattini, l’ascolto attivo rappresenta uno dei primi strumenti di prevenzione, perché consente di intercettare il disagio quando può ancora essere espresso con le parole, prima che si manifesti attraverso il corpo, l’aggressività o le sostanze. Ascoltare attivamente significa mostrare un interesse autentico, tollerare anche ciò che è difficile da sentire e offrire al ragazzo la possibilità di parlare senza sentirsi immediatamente giudicato o punito.
Tra i segnali d’allarme indicati figurano isolamento improvviso, abbandono delle amicizie precedenti, irritabilità o aggressività insolite, oscillazioni dell’umore, alterazioni del sonno, calo scolastico, perdita di interessi, frequenti assenze, rientri notturni in condizioni alterate, bugie crescenti, bisogno sempre maggiore di denaro, episodi ripetuti di intossicazione e uso di sostanze per calmarsi o riuscire a stare con gli altri. Particolare attenzione, aggiunge, richiedono autolesionismo, disperazione, pensieri di morte e comportamenti gravemente impulsivi, che necessitano di una tempestiva valutazione specialistica.
La prevenzione, precisa la psicoanalista, non coincide però con la sola sorveglianza o con un controllo ansioso. Richiama una ricerca pubblicata su Child and Adolescent Psychiatric Clinics of North America nel 2025, secondo cui un buon funzionamento della famiglia e un controllo genitoriale affettuoso si associano a un migliore equilibrio psicologico dall’adolescenza alla giovane età adulta. Per questo, osserva, è fondamentale mantenere aperto il dialogo con i figli adolescenti.
Nel passaggio dedicato alla formazione, Lucattini sostiene la necessità di un approccio comune e multidisciplinare. Educatori, operatori di strada e famiglie, spiega, dovrebbero essere messi nelle condizioni di riconoscere precocemente non solo il consumo di una sostanza, ma anche ciò che può precederlo o accompagnarlo, come ritiro, irritabilità, cambiamenti improvvisi, acting out, trasgressioni ripetute, perdita di interessi, vergogna, sentimenti di esclusione e difficoltà a tollerare frustrazione e solitudine.
Secondo Lucattini, una formazione in ottica psicoanalitica può offrire strumenti utili senza trasformare insegnanti o educatori in psicoterapeuti. L’obiettivo è sviluppare una capacità di osservazione e ascolto che aiuti a interrogarsi su ciò che un comportamento sta comunicando. Aggressività, provocazione, ricerca esasperata dello sballo o adesione a gruppi pericolosi possono infatti rappresentare forme di acting out. In questo passaggio viene citato anche The Psychoanalytic Study of the Child del 2026.
Parallelamente, la psicoanalista ritiene indispensabile lavorare con le famiglie, aiutando i genitori a mantenere insieme due funzioni che possono sembrare inconciliabili: ascoltare e porre limiti. Non bisogna diventare amici dei figli né spiarli continuamente, ma essere presenti, tollerare i conflitti senza sottrarsi e mettere confini senza umiliare. Su questo versante viene richiamato anche un contributo pubblicato su Frontiers of Psychology nel 2025.
Nella parte finale dell’intervista, Lucattini rivolge alcuni consigli ai giovani. Tra questi, non avere paura di dire no al gruppo, imparare ad ascoltare rabbia, solitudine, vergogna e noia senza negarle o anestetizzarle, non usare alcol o droghe per sentirsi più forti o meno soli, scegliere relazioni in cui sia possibile essere se stessi e cercare adulti di cui fidarsi.
Chiedere aiuto a genitori, insegnanti, al medico di base o a uno psicoanalista, conclude, è un atto di consapevolezza e non di debolezza. Divertirsi è importante, ma lo è altrettanto poter tornare a casa sentendo di essere rimasti padroni delle proprie decisioni.