Oliver Stone accende il Festival del Cinema di Roma

I.T.E. Tallini Castelforte

posterfestaromaCULTURA: Si è tinto di blu il primo sabato di questa undicesima edizione della Festa del cinema di Roma. Del blu di un film presentato all’interno di una sezione collaterale, ma importante come è Alice nella città, vetrina ideale de cinema per ragazzi.

All’inizio del pigro pomeriggio si è, infatti, sparsa la voce che, sì, avrebbero regalato dei palloncini ai bambini che avrebbero potuto calpestare il redcarpet prima della proiezione in sala Sinopoli. Bella idea a far da corollario alla presentazione di Max Steel, film presentato in anteprima mondiale, prima del prossimo debutto nelle sale americane e dell’uscita italiana prevista addirittura per gennaio.

A dirla tutta il film non è granché. Nulla aggiunge di nuovo ai canoni di un genere, come il cinecomicanche se Max Steel nasce, prima che come fumetto, come pupazzo della Mattel con il quale i bambini giocavano prima dell’avvento degli smartphone e dei giochi di ultima generazione. Sarà anche per questo che la pellicola è debitrice di un’estetica un poco datata, quasi anni ’80, che la rende piacevole anche nel suo odore costante di dejavu.

Piacevole forse nemmeno per i più piccini dal momento che tanto spazio è speso a rendere l’idea del superpotere come estremizzazione dei turbamenti della pubertà, con tanto di scene romantiche che fanno sorridere per la goffaggine dell’eroe che scopre il potere segreto della sua tuta grazie all’arrivo di un alieno, Steel, eredità paterna di un genitore morto in circostanze misteriose, che sa tanto di cucciolo impertinente e compagno d’avventure.

02-09-2015-vsoliverstoneFrattanto questa edizione del Festival che ha già calato diverse carte forti (Snowden si è visto l’altro ieri e c’è già stato, attesissimo, un incontro con Oliver Stone) comincia a dare segni di una certa incertezze organizzative.

Incomprensibile, infatti, la programmazione per pubblico e accreditati di un film come Afterimage, testamento spirituale del grande maestro Andrzej Wajda, nella sala più piccola dell’auditorium. Eppure era facile prevedere che la recente scomparsa del maestro polacco avrebbe significato una forte affluenza di pubblico, con il risultato di lasciare fuori, in coda imponente e impotente, una grande quantità di accreditati.

Il film, bellissimo, incomprensibilmente tenuto fuori dalla selezione del Festival di Venezia, è una riflessione accorata di ciò che resta dell’immagine (Afterimage, appunto), della sua persistenza nella memoria ed è davvero un capolavoro nel quale il grande regista polacco, quasi presago, ha saputo modulare un canto sul destino dell’arte e dell’artista.

di Alessandro Izzi

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