A Itri si torna a teatro con il “bis” di “Festa al Celeste e Nubile Santuario”

Torna in replica a grande richiesta a Itri lo spettacolo teatrale “Festa al Celeste e Nubile Santuario” che ha registrato sold-out nello scorso fine settimana. Al Castello di Itri il “bis” andrà in scena sabato 18 e domenica 19 gennaio rispettivamente alle 21 e alle 18, sempre al Castello Medievale della città che diede i natali a fra’ diavolo. E itrano acquisito è pure il regista di questa piece in due atti, Pasquale Valentino, che sapientemente tiene le fila dello spettacolo scritto da Enzo Moscato nel 1989 e ora riproposto con la compagnia “Beltempo Teatro Ensemble”, frutto della sinergia con la Casa delle Arti “Beltempo” di Fondi. I posti sono limitati, motivo per cui si pregano gli spettatori di acquistare il biglietto in prevendita (7€) o quantomeno di prenotare con anticipo i posti al numero 335 8346237.

L’iniziativa ha il sostegno del Comune di Itri, della Regione Lazio e dell’Associazione Culturale “Libero de Libero”. Ad andare in scena ci saranno gli attori Maria Amalia Del Bove , Paola Placitelli, Daniele Nardone e Serina Stamegna, mentre gli elementi scenici saranno curati da Salvatore Coniglio.

 

Recensione di “Festa al Celeste e Nubile Santuario

La religione muta. Per chi lo intendesse come aggettivo, la religione muta è una religiosità che non parla, è Maria che vergine non è – o forse lo sarà sempre – e non è neppure muta, ma finzione del silenzio. Per chi lo intendesse come verbo – forse era presso Dio o forse sarà sempre Dio – , la religione cambia, camaleonticamente attraversa i secoli e si rigenera: in Annina, in Elisabetta, dentro i muri e nella credenza.

La regia di Pasquale Valentino di “Festa al Celeste e Nubile Santuario” ha soltanto spostato – mutato se vogliamo – qualche coupe de theatre rispetto al testo originale e originario di Enzo Moscato (1989), in qualche modo attualizzandolo con l’episodio pedofiliaco che scatena il disordine della parola.

Esattamente la parola è al centro di questa brillante commedia in vernacolo napoletano, due atti in cui lo squarciante velo di Maya si tra-muta in “bianco velo” cantato e votato alla Madonna. Quanti tic celati dietro questo velo candido, e tutto all’interno di quattro mura e quattro persone, personaggi in cerca d’avere. Perchè quando essere appare un risultato irraggiungibile, avere è l’unica carta in tavola. Avere uno scemo (Toritore), sì, ma significa avere una sce-marìa (che in francese si scriverebbe chez Marie, però poi somiglierebbe solo a un calembour), un momento di attesa pirandelliana che il treno fischi. Qui il treno non fischia, ma i binari delle quattro vite s’incontrano in una stazione finale: la morte. Muoiono almeno in tre: le due sorelle (di cui una resa cieca dalla mano dell’altra) e un bambino che embrione non era, ma embrionale di certo nell’anima.

In quel ventre stava invece la parola. Maria l’ha preservata in mezzo a quelle cosce così fresche, così vive. La religione s’insinua nel basso ventre, nel colpo basso inferto alle sorelle Annina ed Elisabetta, nella verginità spudorata che diventa sessofobica, nel diaframma che torna a funzionare. Una nuova trinità emerge da questo lavoro teatrale: nel nome del Padre verbo, del Figlio impazzito e delle sorelle dallo spirito santo.

 

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