CHIESA DI SAN NILO ABATE – GAETA: SANTA MESSA PER SANT’UBERTO DA LIEGI VENERDI’ 30 MAGGIO 2014 ORE 18.00 SU ISTANZA DELL’ATC LT2 DELLA PROVINCIA DI LATINA

A Gaeta domani venerdì 30 maggio alle ore 18.00 presso la Chiesa di San Nilo Abate a Gaeta – Località Serapo sarà officiata una santa messa dal parroco don Antonio Cairo per il Santo Vescovo Uberto di Liegi, patrono dei cacciatori e dei cani, su istanza dell’ATC LT2 della Provincia di Latina, che ha competenza territoriale da San Felice Circeo e sino alla riva destra del fiume Garigliano e che raggruppa rappresentanti delle categorie dei cacciatori, degli agricoltori, degli ambientalisti e degli enti locali.

L’anno scorso la santa messa il 30 maggio è stata officiata presso la Chiesa di San Paolo Apostolo in Fondi, officiata dal parroco don Erasmo Matarazzo.

Il suo nome fa subito venire in mente la leggenda del cervo che gli sarebbe apparso, con un crocifisso splendente sul capo, mentre egli cacciava nei boschi delle Ardenne, in un giorno di raccoglimento: un Venerdì santo.

Leggenda, e nemmeno esclusiva, perché cose simili si raccontano di altri santi; su di lui le notizie certe scarseggiano.

Sappiamo che era di famiglia nobile e che fu discepolo di san Lamberto vescovo di Tongres (Belgio), il quale trasferì poi la sua sede a Maastricht, Olanda.

Lamberto lo ordinò sacerdote, e morì tragicamente – forse per una vendetta – ai primi dell’ottavo secolo.

A succedergli fu chiamato appunto Uberto, che ricevette la consacrazione episcopale a Roma dal papa Sergio I. Questo, non più tardi del 701, perché in quell’anno papa Sergio morì, in settembre. La sua allora era una diocesi di boschi e di gente dei boschi, in parte ancora lontana dal cristianesimo, sicché egli dovette dedicarsi soprattutto alla predicazione.

Nel dicembre del 717 – 718 fece portare il corpo del predecessore Lamberto da Maastricht a Liegi, dov’era stato ucciso e dove ebbe definitiva sepoltura.

Nel 722 trasferì a Liegi anche la sede vescovile. Dopodiché, per anni, ci sono soltanto narrazioni postume e fantasiose.

Di certo sappiamo che anche da Vescovo Uberto andava a pescare: e che un giorno, trafficando con un amo, si ferì a una mano. Secondo un’altra leggenda, in quel momento una voce dall’alto gli preannunciò la morte vicina. Dopo l’incidente – che deve avere avuto sviluppi infettivi – Uberto dà disposizione di essere seppellito a Liegi.

Ma non interrompe la sua attività, e nel maggio 737 consacra una nuova chiesa vicino a Lovanio.

Poi crolla. Il male si è aggravato, e lui muore sei giorni dopo quel rito, a Tervuren, una ventina di km da Lovanio.

Sepolto in San Pietro a Liegi, è presto venerato come santo in Belgio e Olanda, poi anche in Francia e in Germania.

Sedici anni dopo la morte (3 novembre 743) il suo corpo viene trasferito davanti all’altar maggiore della Chiesa di San Pietro, e per l’evento è accorso a Liegi addirittura Carlomanno, Maestro di Palazzo, e in sostanza padrone del regno franco: un altro segno di questa diffusa venerazione e del suo “peso” anche politico.

Intanto si diffondono leggende sulla sua vita, e lungo il tempo nasceranno confraternite intitolate al suo nome; in Germania, l’Ordine cavalleresco di Sant’Uberto durerà fino al 1918. Nell’825 i resti del santo vengono portati in un’Abbazia benedettina delle Ardenne, che prenderà il suo nome, e vi resteranno fino alle devastazioni e incendi della rivolta dei Gueux, “pezzenti”, nel 1568, scomparendo nel saccheggio del monastero.

I cacciatori lo hanno proclamato loro patrono, e parimenti i fonditori e i lavoratori di metalli e i pellicciai.

Dolcissima la preghiera a lui dedicata con approvazione ecclesiastica:

Ti lodiamo, Signore, perché dai vita all’acqua, ai boschi,
ai fiori, agli animali, alle pianure, alle montagne e al sole che illumina.
E Ti lodiamo perché ci doni di giungere alle nevi bianche e alle paludi,
camminare nelle pianure e salire le colline e perché ci fai continuamente comprendere la bellezza della Tua creazione.
Ti lodiamo, Signore, perché ci concedi di vedere

caprioli e camosci sui monti,

i cinghiali nei boschi,

l’aquila e il falco nel cielo,

le pernici e i fagiani, le lepri, i beccaccini

e quante altre creature sono nel mondo a Tua gloria.
Perdonaci, Signore,

se talvolta le sacrifichiamo alla nostra passione,

ma la loro esistenza ci fa capire la Tua generosità,

ci dispone al rispetto dei Tuoi beni e alla riflessione.
Sii lodato, Signore, per la pace che ci donano

montagne, pianure, boschi e paludi,

e i pensieri che ci suscitano:

scrutando la natura e ascoltandone la voce

impariamo a ritrovarTi nell’abisso del nostro spirito.
E se un giorno Tu volessi farci restare fra loro,
accogli, nella tua terra, infinita misericordia,
la nostra anima di peccatori, ma a te più vicina.